“Il futuro si chiama Stati Uniti d’Europa”. Al tavolo con Simona Bonafè per parlare di ambiente e sostenibilità

Il 20 gennaio si è svolto a Milano l’evento con gli eurodeputati PD “Il futuro si chiama Stati Uniti d’Europa“. Io mi trovavo al tavolo 10 con Simona Bonafè, per parlare delle strategie europee su sostenibilità ambientale, energia ed economia circolare, tavolo che ha visto grande partecipazione. Questo è il documento informativo che abbiamo mandato ai partecipanti del nostro tavolo, e dal quale siamo partiti per la nostra discussione:
IMG_8654L’Europa sostenibile: ambiente, energia ed economia circolare
Milano, 20 gennaio 2018
L’Europa si fonda su quattro libertà: libera circolazione delle persone, delle merci, dei capitali e dei servizi. L’Europa è movimento. L’Europa è in movimento. L’Europa è il più grande mercato al mondo, e deve continuare ad esserlo, ma deve farlo inquinando meno, con meno spreco di energia, suolo e alimenti (ad esempio, nell’UE si sprecano ogni anno 173kg di cibo a testa: l’obiettivo è quello di ridurre gli sprechi alimentari del 50% entro il 2030). Le stime indicano che in Europa si generano quasi 600 milioni di tonnellate di rifiuti ogni anno, mentre quasi il 40% dei costi industriali è rappresentato dalle materie prime. Infine, solo circa il 40% dei rifiuti delle famiglie UE viene riciclato, con tassi che vanno dal 5% fino all’ 80%, a seconda delle aree geografiche. L’Europa deve essere in prima linea nella lotta ai cambiamenti climatici e nella tutela della salute delle persone. Il nostro futuro è in un nuovo modello di sviluppo, quello dell’economia circolare: l’alleanza fra crescita e ambiente. In un sistema di economia circolare nulla si spreca, gli scarti di una produzione non vengono più visti come rifiuti ma come sottoprodotti in grado attraverso l’innovazione di processo e di prodotto di dar vita a un nuove opportunità industriali. Qualora ciò avvenisse, i rifiuti prodotti, attraverso un’adeguata gestione, potranno essere rimessi nel sistema sotto forma di materie prime secondarie che potranno così sostituire le risorse importate. Riuso, riciclo e recupero diventano le parole chiave intorno alle quali costruire un nuovo paradigma per favorire sostenibilità, innovazione e competitività in cui il rifiuto passa da problema a risorsa.
Il modello di sviluppo attuale è quello dello scarto, che produce scarti fisici e soprattutto umani, disoccupati e poveri. Un modello usa-e-getta e fai-da-te. E’ un modello che ci porta a consumare una volta e mezzo le risorse che il pianeta è in grado di rigenerare in un anno. Il 2 Agosto 2017 è stato il cosiddetto Overshoot day: il giorno in cui abbiamo consumato tutte le risorse disponibili per il 2017.
Non serve la ‘decrescita felice’: il nuovo modello da seguire deve essere basato su sostenibilità economica, ambientale e sociale. Come pubblicato dall´Ellen MacArthur Foundation nel suo studio dello scorso giugno, la transizione verso un´economia circolare sarebbe in grado di creare un beneficio netto di 1.800 miliardi di euro, con un incremento del PIL dell´11% a fronte di un minor consumo di materie prime di circa il 30% e permettendo allo stesso tempo di dimezzare le emissioni di CO2. L´Unione Europea ha capito le potenzialità e i benefici economici e ambientali di questa sfida e negli ultimi anni ha messo in campo misure importanti per favorire la transizione verso un´economia circolare.
La Commissione Europea, sotto richiesta del Parlamento, ha presentato un nuovo pacchetto per l’Economia Circolare. Il pacchetto contiene un piano d’azione comprensivo che traccia una serie di misure pianificate per i prossimi anni, così come quattro proposte legislative in materia di rifiuti contenenti obiettivi per le discariche, il riutilizzo ed il riciclaggio, da raggiungere entro il 2035. Parlamento e Consiglio hanno raggiunto un accordo su questi testi lo scorso Dicembre.
Lo scopo è di “chiudere il cerchio”, contribuendo a soddisfare gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite (e in particolare l’obiettivo 12 sul consumo sostenibile e sulla produzione).
Il Piano d’Azione, oltre alla gestione dei rifiuti, evidenzia altre macro-aree d’azione:
La produzione: con lo scopo di migliorare la progettazione del prodotto promuovendone la riparabilità, la durabilità e le potenzialità di miglioramento e riciclaggio tramite la Direttiva sull’Ecodesign e attraverso regimi di responsabilità estesa del produttore. Inoltre, il piano d’azione intende promuovere l’efficienza delle risorse nei processi di produzione e facilitare la simbiosi industriale (trasformando un sottoprodotto di un’industria in una materia prima per un’altra industria), al fine di ridurre gli impatti ambientali e creare opportunità di business, in particolare per le PMI.
Il consumo: attraverso una migliore informazione ai consumatori sulla sostenibilità dei prodotti che acquistano tramite l’etichettatura, in modo da incoraggiare forme innovative di consumo e integrare le esigenze dell’economia circolare in materia di appalti pubblici “verdi”.
La creazione di mercati per le materie prime secondarie: fissando standard di qualità per i materiali recuperati dai rifiuti, incoraggiando il riciclaggio nei fertilizzanti e la promozione di cicli di recupero non tossici. La Commissione intende anche facilitare il riutilizzo sicuro delle acque reflue trattate.
L’innovazione: tramite una serie di strumenti esistenti (come ad esempio il programma Horizon 2020) per favorire nuove competenze all’interno della forza lavoro, e per impegnarsi con le varie parti interessate attraverso alcune piattaforme settoriali.
Il Piano d’ Azione presenta provvedimenti specifici in cinque settori prioritari:
1) plastica (la Commissione ha presentato una strategia specifica il 16 Gennaio 2018);
2) spreco alimentare (attraverso la creazione di una specifica piattaforma di lavoro);
3) i cosiddetti “critical raw materials”;
4) costruzione e demolizione;
5) biomassa e prodotti a base biologica (attraverso l´aggiornamento della strategia sulla bioeconomia).
E’ giunto il momento di preparare il futuro dell’economia europea, e quindi anche della sua spina dorsale: il settore trasporti. La mobilità è in rapida evoluzione verso un’era di veicoli interconnessi e automatizzati, di mobilità condivisa e trasporto intermodale, a zero emissioni. L’Europa deve passare dall’attuale frammentazione delle reti di trasporto a un sistema integrato, moderno e sostenibile, collegato alle reti dell’energia e a quelle digitali. Reti infrastrutturali, energetiche e tecnologie digitali saranno sempre più interconnesse nella mobilità di domani. Il futuro è nell’apertura, non nella chiusura. La globalizzazione ha creato nuovi problemi, ma ha anche offerto opportunità, e va governata a livello europeo. Quando parliamo di nuovo modello di sviluppo intelligente, sostenibile e inclusivo, i trasporti hanno chiaramente un ruolo centrale perché sono la colonna portante dell’economia e dello sviluppo.
Più del 25% delle emissioni di gas a effetto serra dell’UE è generato dal settore dei trasporti, di cui oltre il 70% è rappresentato dal trasporto su strada. Le emissioni sono la principale causa di inquinamento atmosferico nei centri urbani, che causa oltre 400 000 decessi prematuri all’anno nell’UE, con costi sanitari compresi tra 330 e 940 miliardi di euro, pari a una percentuale di PIL tra il 3% e il 9%.
Alla luce di questi dati, l’Europa, che ha enorme voce in capitolo in materia di tutela dell’ambiente (l’80% della legislazione ambientale è di derivazione comunitaria) non è stata ferma, ma anzi ha svolto un ruolo fondamentale nel percorso verso l’adozione del primo accordo universale e giuridicamente vincolante sui cambiamenti climatici, quello della COP21 di Parigi, ratificato dall’UE il 4 novembre 2016 ed entrato in vigore lo stesso giorno. Le parti si sono impegnate a mantenere l’aumento della temperatura globale entro il secolo ben al di sotto dei 2°C rispetto ai livelli preindustriali e a proseguire gli sforzi volti a limitare l’aumento della temperatura a 1,5°C. La lotta ai cambiamenti climatici costituisce anche uno degli obiettivi dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, adottata nel settembre 2015 dalle Nazioni Unite e fatta propria dall’Unione Europea.
Garantire la riduzione delle emissioni è essenziale per contrastare il cambiamento climatico e tutte le conseguenze ad esso legate, quale innalzamento del livello dei mari, desertificazione e siccità, ecc. Ma quanto ci costa essere impreparati a questi eventi? E’ stato stimato che, a partire dal 1980, le perdite economiche legate ad eventi climatici estremi in Europa ammontano a 450 miliardi di euro. Il 40% di questa somma è stata spesa in risposta alle inondazioni, il 25% per perturbazioni intense e il 5% per riparare ai danni delle ondate di calore.
Già il quadro per il clima e l’energia 2030 adottato dai leader dell’UE nell’ottobre 2014 fissava tre obiettivi principali: una riduzione almeno del 40% delle emissioni di gas a effetto serra rispetto ai livelli del 1990, una quota almeno del 27% di energia rinnovabile e un miglioramento di almeno del 27% dell’efficienza energetica. Questa proposta però non è abbastanza ambiziosa: le cifre indicate dal Consiglio Europeo non sarebbero state sufficienti a centrare gli obiettivi posti dagli Accordi di Parigi e dall’Agenda 2030 dell’ONU. Il Parlamento Europeo ha quindi proposto e votato di portare la quota di energia rinnovabile al 35% e di migliorare l’efficienza energetica del 35%. Una presa di posizione chiara verso un futuro sostenibile e decarbonizzato.
Lo scorso dicembre il Parlamento Europeo ha approvato una nuova strategia europea per una mobilità a basse emissioni; ora si sta lavorando su un regolamento su comunicazione e monitoraggio dei dati delle emissioni di CO2 e di consumo di carburante dei veicoli pesanti nuovi, propedeutico a fissare limiti alle emissioni stesse.
E’ chiaro che per raggiungere questi obiettivi serve un approccio globale e integrato, nel quale tutti i soggetti interessati devono collaborare a diversi livelli: istituzioni UE, Stati Membri, città e altri enti locali, industria, parti sociali e tutti gli interessati. Ogni settore dell’economia deve fare la sua parte. Per il settore dei trasporti si è stabilita una soglia specifica di riduzione delle emissioni: -60% nel 2050 rispetto ai livelli del 1990. Già nel 2030, comunque, i settori non ETS, tra cui i trasporti, dovranno emettere il 30% in meno rispetto ai valori del 2005.
L’Unione Europea importa il 54% dell’energia che consuma. Il dato del fabbisogno energetico dei trasporti è ancora più marcato: il petrolio ne soddisfa il 94% circa, percentuale – molto più elevata rispetto a qualsiasi altro settore – che espone il trasporto a una forte dipendenza dalle importazioni. E’ perciò necessario continuare a sviluppare una mobilità che sfrutti altre energie, tra cui i biocarburanti di nuova generazione. Quelli, cioè, che fanno dei rifiuti di altre industrie, per esempio degli scarti agricoli, materia prima per produrre combustibili. In passato l’UE ha incentivato la produzione di biocarburanti di prima generazione, prodotti con colture altrimenti destinate al consumo umano o animale. Questo ha prodotto purtroppo un doppio danno: da una parte un eccessivo consumo del suolo per fini non alimentari, dall’altra un ciclo di produzione e combustione di questi biocarburanti, in particolare quelli con olio di palma, che generano in realtà fino al 70% di emissioni in più rispetto ai carburanti fossili. La recente posizione del Parlamento è chiara: entro il 2030 ogni Stato membro dovrà garantire che il 12% dell’energia nel settore trasporti sia rinnovabile, grazie ai biocarburanti di nuova generazione, e si è espresso per la messa al bando dei combustibili derivati dall’olio di palma dal 2021.
Per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione sarà poi fondamentale il ruolo dei veicoli elettrici. Questi, per essere pienamente sostenibili, dovranno essere ricaricati tramite fonti rinnovabili, in un sistema integrato che connette i veicoli elettrici, gli impianti di produzione di energia e gli utilizzatori finali per poter accumulare energia quando se ne produce di più e rilasciarla sulla rete quando la domanda sale. Grazie alle batterie di nuova generazione dei veicoli elettrici saremo in grado di risolvere il più grande problema dell’approvvigionamento energetico da fonti rinnovabili: l’incostanza. Sulle batterie c’è il problema relativo allo smaltimento, e si dovrà pensare ad un loro riuso e recupero. Un secondo problema riguarda l’infrastruttura di ricarica, non ancora sviluppata in modo sufficiente. Se vogliamo incentivare e rendere possibile la diffusione di questo tipo di veicoli, ricaricare l’auto elettrica dovrà essere semplice come fare il pieno. Un sistema di questo tipo prevede una profonda integrazione tra i veicoli e le infrastrutture energetiche e digitali. Le nuove tecnologie permettono di sviluppare enormemente la sharing economy, che proprio nel settore trasporti sta riscuotendo grande successo. E’ per esempio il caso del car sharing e di tutte le opzioni di mobilità condivisa che permettono un efficiente uso delle risorse e una lotta agli sprechi e all’inquinamento.
Questi cambiamenti creano nuovi posti di lavoro, ma ne rendono altri obsoleti; abbiamo quindi bisogno di nuove competenze e buone condizioni di lavoro, ma anche capacità di anticipazione, adattamento e investimenti. La guida automatizzata può avere un impatto significativo sulla manodopera e richiederne la riqualificazione a medio e lungo termine, ad esempio nel caso di professioni quali i conducenti di mezzi pesanti. Occorre anticipare questa tendenza.
Connessioni più potenti (5G) e un’infrastruttura che supporti tali tecnologie permetteranno lo sviluppo del «Servizio europeo di telepedaggio» (European Electronic Toll Service, EETS nell’acronimo inglese, SET nell’acronimo italiano), che garantirà l’interoperabilità dei servizi di telepedaggio sull’intera rete stradale dell’Unione. Il SET consentirà agli utenti delle strade di pagare facilmente i pedaggi in tutta l’Unione europea in base a un solo contratto di abbonamento stipulato con un solo fornitore di servizi e un’unica unità di bordo.
L’imposizione di pedaggi agli utenti delle strade era stata inizialmente introdotta per finanziare la costruzione e la manutenzione delle autostrade. Tenendo conto di elementi come tempo/ distanza/luogo e di altri parametri connessi agli utenti e ai veicoli (ad es. peso, dimensione, efficienza energetica, caratteristiche ambientali, numero di passeggeri…), essa può costituire un metodo valido anche per conseguire l’ottimizzazione dell’uso delle infrastrutture e, soprattutto, il contenimento dell’impatto ecologico (chi inquina paga).


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