Chiude Wikipedia. La risposta: una rete libera e il giusto riconoscimento a chi lavora.

  

 

L´Europa attende da quasi 20 anni una riforma della direttiva sul copyright.

20 anni in cui le grandi piattaforme hanno completamente e vorticosamente cambiato i mezzi e i modi di comunicare.

Non possiamo, dopo tanti tentativi falliti di aggiornare una direttiva ormai obiettivamente obsoleta, non fare i conti con le possibilità, ma anche con i limiti che le nuove tecnologie rappresentano per il nostro futuro, per l’informazione, il pluralismo culturale, il mercato, i diritti dei lavoratori.

Il voto del 5 luglio sarà un’occasione per fare passi in avanti verso nuovi orizzonti che la rete ci offre, senza pero dimenticare di tutelare i diritti di chi crea i contenuti che la rete ospita.

Se non saremo in grado di fare questo e di assicurare una remunerazione adeguata ad autori, editori e produttori, sarà la rete a decidere per noi è noi avremo perso una grande opportunità.

Non mi sembra un caso che tutto il mondo autorale, gli artisti, gli interpreti, i giornalisti e la piccola e media imprenditoria culturale si siano mossi in questi giorni affinché il voto della Commissione Giuridica del Parlamento fosse confermato: ci chiedono di non respingere il mandato al rapporto Voss, perché è l’unica possibilità che hanno di bilanciare i business delle piattaforme con la garanzia di vedere riconosciuti i loro diritti.

Tutto il settore culturale è insorto, promuovendo l’approvazione del rapporto Voss.

Mi sorprende davvero, in particolare, come sia stata proprio Wikipedia a mettere in atto la protesta più eclatante, oggi, con l´oscuramento della pagina italiana per protesta.

Buffo, poiché nel testo della direttiva è espressamente stabilito che i servizi che agiscono con scopo non commerciale, proprio come Wikipedia, non sono interessati da questa direttiva. Per essere più espliciti, di seguito la definizione, nel testo, di “Provider di servizi che condividono contenuto online” contenuta nel compromesso 2, Art. 2 (5), punto 4 nuovo, passato in commissione JURI:

“…I servizi che agiscono con scopo non commerciale come le enciclopedie online, e i provider di servizi online dove il contenuto è caricato dai propri utenti sotto autorizzazione di tutti i proprietari di diritti interessati, come i depositi didattici o scientifici, non devono essere considerati provider di servizi che condividono contenuto online…Provider di servizi cloud…che non offrono accesso diretto al pubblico, software open source per lo sviluppo delle piattaforme, e mercati online…non devono essere considerati provider di servizi che condividono contenuto online…”

È evidente dalla definizione come quindi si escludono, in modo inequivocabile, i servizi come Wikipedia, Dropbox e software opensource. I provider interessati saranno solamente quelli che agiscono con scopo commerciale ed in modo attivo, ottimizzando/indicizzando i contenuti caricati dai propri utenti.

Si parla poi di monitoraggi indiscriminati, filtri. Niente di più illusorio: è chiaramente evidenziato infatti all´ art 13 Paragrafi 1, 1a, 1b, contenuti nel compromesso 13, come si rifiuti nettamente una censura indiscriminata, privilegiando una cooperazione tra rete e proprietari di diritti per il rilascio di licenze su contenuti protetti da copyright o la rimozione degli stessi.

Considerando 13, art. 13, Par1:

“Gli Stati Membri garantiscono che i provider di servizi che condividono contenuto online devono mettere in atto, in cooperazione con i proprietari di diritti, misure appropriate e proporzionali, che portino alla non disponibilità di materiale protetto da copyright….”

Considerando 13, art. 13, Par1a:

“….i provider di servizi della società dell´informazione…devono applicare le misure sopra discusse sulla base delle informazioni fornite loro dai proprietari di diritti”

Considerando 13, art. 13, Par1b:

“…l´implementazione di tali misure deve essere proporzionale e deve garantire un equilibrio tra i diritti fondamentali degli utenti e quelli dei proprietari dei diritti e non deve…imporre un obbligo di monitoraggio generale…”

La libertà della rete non sarà messa in alcun modo in pericolo: ma ovvio, se per libertà si intende poter usufruire di materiale altrui senza riconoscerne una dovuta remunerazione per l´utilizzo e il business che se ne ricava, allora dobbiamo riconoscere che stiamo parlando di altro, non di libertà.

 

Il lavoro si paga, sennò è sfruttamento illecito.

 

Il Parlamento Europeo si è impegnato molto in questi anni, ha condotto e continua a condurre grandi battaglie contro fenomeni aberranti come elusione e l’evasione, paradisi fiscali che permettono il prolificare di opacità, illegalità e ineguaglianze fiscali: facciamoci una domanda: Siamo per l’uguaglianza, per il riconoscimento dei giusti diritti, per la trasparenza, per un corretto equilibrio tra il mercato, il futuro e i diritti dei lavoratori o per lo strapotere dei giganti del web che non devono essere sottoposti alle regole, alle leggi, alle tasse come ogni altro cittadino ed ogni altra impresa? Se siamo per l´equità e il contributo condiviso, per la crescita collettiva e non solo dei potenti della rete, non possiamo non accettare di sostenere il voto e il mandato già approvati in Commissione Giuridica.

 

 


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