L’inno alla gioia metafora del progetto europeo (e del Veneto)

Quando si atterra all’aeroporto di Treviso sembra di tuffarsi in mezzo alle case e ai campi. D’inverno stordisce più che nella stagione calda. Cielo grigio, distese di bifamiliari abbracciate a capannoni frutto del mal di schiena di tante generazioni, la voce dell’annuncio di Ryanair a ricordarmi l’ennesimo volo inspiegabilmente in anticipo. Giovedì 29 novembre sono tornato nel Veneto che ho imparato a conoscere negli ultimi 4 anni ma era la prima volta che toccavo terra a Treviso. Prima ero sempre arrivato o con il treno – attraversando le distese agricole infinite del ferrarese e del Polesine e fermandomi nel centro delle città – o a Venezia, in quell’aeroporto così vicino alla Laguna da sembrarne quasi una derivazione.

L'immagine può contenere: cielo e spazio all'aperto
Europa e NordEst

Ma è a Treviso, come dicevo, che si entra davvero dalla porta principale di quello che il resto del mondo pensa dei veneti e del Veneto. Uscito dall’aeroporto sono andato verso est.
Noventa di Piave, vecchio porto sul fiume sacro alla Patria, che ho attraversato ormai decine di volte e che ho imparato ad ammirare e conoscere (ricordo bene sia la prima volta sul Ponte della Priula, luogo davvero un po’ mitico che un’altra occasione nell’estate 2017, quando ho apprezzato la natura intorno al fiume a San Donà di Piave). Mi attendono gli amici del Circolo del Pd locale e dell’Anpi. Un ambiente familiare: la passione per la politica, giovani che lavorano e prestano servizio per la propria comunità, anziani con il cuore di ragazzini e con la lucidità che solo tante esperienze possono dare. Il tema è la rinascita dell’estrema destra e come farvi fronte. Da un lato il nazionalismo, “la cui unica morale è la guerra”. Dall’altro la nostra Europa, edificata sui valori di pace, giustizia e libertà. Ma siamo a metà del guado, tutti lo sappiamo. Dobbiamo andare avanti.
Poi via, di corsa, verso sud. La sera a Ponte San Nicolò, paese incollato a Padova. Un altro circolo del Pd, una serata speciale. Le esperienze di giovani e imprenditori europei. Quelli che hanno vissuto l’Europa delle opportunità: l’Erasmus, il volontariato europeo, i contributi per le imprese. All’inizio l’inno, suonato meravigliosamente da Valentin Brunello e da suo padre.

L’inno di tutti noi europei, l’inno alla gioia (ascoltalo qui). Perché se la Costituzione americana ha come primo obiettivo costruire la felicità individuale, noi europei abbiamo l’inno alla Gioia. E, secondo me, è un esempio perfetto di cosa ci differenzia dagli amici statunitensi.
Il significato originario di gioia deriva da un termine in sanscrito, yuj (lo stesso da cui deriva la parola yoga), generalmente tradotto come “unione dell’anima individuale con lo spirito universale”. C’è qui un senso di connessione tra il terreno e il celeste, dell’uomo con il divino e degli uomini tra loro. La parola felicità si associa, invece, più facilmente allo stato di benessere materiale. È una differenza profonda e decisiva e racconta della nostra identità e della bellezza del progetto europeo, così ardito e per questo così appassionante.

Con i giovani a Ponte San Nicolò (Padova)

I giorni successivi ho avuto modo di confrontarmi ancora con cittadini, imprese, amministratori locali. Nell’alta padovana, nell’ovest vicentino, a Villafranca di Verona. Occasioni di confronto sul futuro e sul senso dell’Europa. Sull’urgenza di politiche di difesa, fiscali, ambientali, sociali, del lavoro comuni. Occasioni belle per ascoltare l’Europa dei territori e delle persone.

L’abbraccio con Attilio al corso di formazione per amministratori locali in Alta Padovana

La più emozionante è stata sicuramente, però, la mattina dopo. Fiera di Verona, Job Orienta, migliaia di studenti ammassati in una gigantesca fiera in cui cercavano di capire, leggere, immaginarsi il proprio futuro. Un evento colossale che mette in contatto chi sta finendo le superiori con le occasioni di studio e di lavoro, con il mondo che verrà.
Mentre camminavo in mezzo a questo fiume di gioventù ho ripensato a quello che ripeto sempre sulla nostra Europa, continente con un’età media molto alta e con una natalità (troppo, insopportabilmente) bassa. Ho sognato per un momento che l’intera società fosse come quella Fiera: proiettata nel futuro, capace di rigenerarsi. E penso, ancora una volta, che questa sia una delle prime sfide che dobbiamo darci. A livello locale, nazionale, europeo. Dare risorse (economiche e culturali) ai giovani d’oggi per mettere su famiglia.

30 novembre, Fiera di Verona, fiume di gioventù che cerca futuro.

Viva l’Europa.


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